Adelaide LangellaArticoli e ricerche
Storia romana · Plinio

Ha descritto la sua trappola mortale due anni prima di morirci dentro

L’assurda fine di Plinio il Vecchio a Stabia (Castellammare di Stabia)

Ci sono cortocircuiti nella storia che sembrano superare qualsiasi sceneggiatura cinematografica. Immaginate di essere uno degli intellettuali più famosi del vostro tempo, di scrivere un’enciclopedia monumentale per descrivere il mondo conosciuto e di raccontare una verdeggiante collina campana. Immaginate poi che, appena due anni dopo, quella stessa collina si trasformi in un inferno di fuoco capace di soffocarvi e uccidervi.

Questa non è finzione: è il destino straordinario e tragico di Plinio il Vecchio, consumatosi sulla costa di Stabia, nell’odierna Castellammare di Stabia.

Nel 77 d.C., Plinio pubblica il Libro III della sua Naturalis Historia. Nel descrivere la Campania, cita Ercolano e Pompei come città poste “non lontano dal Vesuvio” (spectato monte Vesuuio), mentre il Sarno scorre placidamente verso il mare.

Nelle sue parole non c’è alcun presagio di catastrofe. Per i Romani dell’epoca il Vesuvio non era ancora percepito come un vulcano nel significato scientifico che attribuiamo oggi al termine. Era un monte fertile, ricco di boschi e vigneti pregiati, parte integrante del paesaggio campano. Nessuno immaginava l’inferno geologico che dormiva sotto quella terra.

Ma Plinio non era soltanto uno studioso. Era anche un uomo operativo, un alto funzionario dell’Impero Romano. Nel 79 d.C., quando il Vesuvio si risveglia improvvisamente, Plinio ricopre il ruolo di comandante della flotta imperiale di Miseno, la più importante base navale militare del Mediterraneo occidentale.

Il 24 agosto, una gigantesca colonna di cenere e gas si innalza nel cielo. Suo nipote, Plinio il Giovane, la descriverà come un enorme pino marittimo sospeso sopra la Campania.

In quel momento si attivano entrambe le anime di Plinio: quella del comandante e quella dello scienziato.

Come uomo di Stato, ordina immediatamente di preparare le quadriremi per soccorrere la popolazione in fuga lungo la costa. Come uomo di scienza, viene travolto dalla curiosità: vuole vedere il fenomeno da vicino, osservarlo, comprenderlo. Mentre tutti cercano di allontanarsi dal Vesuvio, Plinio ordina di navigare verso l’eruzione.

L’approdo a Ercolano è impossibile. Il mare è sconvolto, le pomici cadono dal cielo. Così devia verso Stabia, ospite dell’amico Pomponiano, nelle ville panoramiche costruite sulla collina di Varano.

Ed è qui che il cortocircuito della storia si chiude.

Nel suo stesso libro, scritto appena due anni prima, Plinio aveva ricordato come quella zona fosse stata devastata durante le guerre civili e trasformata nel tempo in un territorio di splendide ville residenziali affacciate sul golfo.

Quella notte, però, il paesaggio idilliaco si trasforma in una trappola mortale. I terremoti scuotono le case. La cenere invade le stanze. La fuga verso il mare diventa l’unica possibilità di sopravvivenza.

Con cuscini legati sul capo per proteggersi dai lapilli, il gruppo raggiunge la spiaggia. Ma l’aria ormai è irrespirabile: zolfo, cenere e gas tossici avvolgono la costa.

Plinio, probabilmente asmatico e ormai cinquantenne, crolla sulla sabbia di Stabia. Morirà lì, soffocato dai vapori del Vesuvio. Il suo corpo verrà ritrovato due giorni dopo, intatto, “simile a un uomo addormentato”, come scriverà il nipote.

La Naturalis Historia è sopravvissuta fino a noi. E rileggere oggi quelle righe dedicate al Vesuvio produce un effetto inquietante: sembra quasi il diario inconsapevole della propria fine.

Un uomo straordinario, ucciso dalla stessa identica forza che lo aveva spinto a osservare il mondo per tutta la vita: la curiosità.

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