Catone, Curiazio Materno e Agricola. La libertà davanti al potere
Una riflessione attraverso il Dialogus de oratoribus e l'Agricola di Tacito.

Una domanda che attraversa i secoli
Si può conservare la propria dignità vivendo sotto un potere che non si condivide? Oppure esistono circostanze nelle quali la coerenza impone il rifiuto, anche a costo della vita? Sono domande che la storia romana ci restituisce attraverso vicende molto diverse, e che ritornano con particolare intensità nelle opere di Tacito. Studiando l'Agricola, un passaggio mi ha riportata a Catone Uticense. Poi il ricordo è tornato a un altro testo dello stesso autore, il Dialogus de oratoribus, dove compare Curiazio Materno, un poeta che aveva suscitato il malcontento dei potenti recitando pubblicamente una tragedia dedicata proprio a Catone. Da questo accostamento è nata una riflessione.
Catone, Materno e Agricola non appartengono allo stesso contesto storico e non compiono scelte equivalenti. Eppure le loro vicende permettono di esaminare tre atteggiamenti di fronte al potere: il rifiuto radicale, la libertà della parola e la prudenza nell'esercizio delle proprie responsabilità.
Catone Uticense: la libertà fino alla morte
Nel 46 a.C., dopo la sconfitta delle forze repubblicane a Tapso, in Africa settentrionale, Marco Porcio Catone si trovava a Utica. La guerra civile aveva ormai consegnato a Giulio Cesare una posizione di predominio politico e militare. Catone, uno dei più tenaci oppositori di Cesare, non intendeva accettare una sopravvivenza subordinata alla clemenza del vincitore. Scelse il suicidio. Il racconto di Plutarco, nella Vita di Catone Minore, restituisce una decisione complessa, nella quale si intrecciano fermezza filosofica, convinzioni politiche e rifiuto di dipendere dalla volontà di Cesare. La morte di Catone divenne presto un simbolo. Per quanti rimpiangevano la libertà repubblicana, egli rappresentava l'uomo che aveva preferito morire piuttosto che accettare il dominio personale del vincitore.
Ma quella scelta lasciava aperta una questione: la morte volontaria costituiva l'unica forma possibile di coerenza?
Curiazio Materno: Catone ritorna sulla scena
Più di un secolo dopo, nel Dialogus de oratoribus, Tacito presenta Curiazio Materno, un oratore che si dedica alla poesia tragica. Il dialogo è ambientato durante il principato di Vespasiano, e il suo secondo capitolo si apre con un episodio significativo. Materno aveva appena recitato pubblicamente una tragedia intitolata Cato. Il testo aveva suscitato discussioni perché, secondo quanto si diceva, aveva urtato la sensibilità di uomini potenti. Tacito scrive:
Cum offendisse potentium animos diceretur...
«Poiché si diceva che avesse offeso gli animi dei potenti...»
La tragedia di Materno non ci è pervenuta. Non possiamo quindi sapere con precisione quali parole avessero provocato quelle reazioni. Sappiamo però ciò che Tacito sceglie di raccontare. Quando Giulio Secondo, uno degli interlocutori del dialogo, domanda a Materno se intenda modificare le parti più controverse per rendere la tragedia meno pericolosa, il poeta non mostra particolare disponibilità a correggersi. Anzi, annuncia un'altra tragedia, dedicata a Tieste, nella quale potranno trovare espressione le parole che Catone non fosse riuscito a pronunciare. È un passaggio notevole. La figura di Catone, morto nel 46 a.C., torna a suscitare inquietudine politica attraverso il teatro, molto tempo dopo la fine della Repubblica.
Non è più Catone a parlare, naturalmente. È un autore che ne recupera la figura e la porta davanti al pubblico romano. Materno sembra rivendicare uno spazio di libertà attraverso la creazione letteraria. Ma anche in questo caso occorre distinguere il personaggio rappresentato da Tacito dalle convinzioni personali dello storico: il Dialogus mette in scena posizioni differenti, senza poter essere ridotto alla voce di un solo interlocutore.
Agricola: la grandezza senza il gesto estremo
La riflessione assume una direzione diversa nell'Agricola, opera composta intorno al 98 d.C., dopo la morte dell'imperatore Domiziano. Il protagonista è Gneo Giulio Agricola, suocero di Tacito, uomo politico e comandante militare che aveva governato la Britannia durante il principato domizianeo. Tacito ne celebra le capacità, l'integrità amministrativa, la disciplina e la moderazione. Ma racconta anche un problema particolarmente delicato: il successo militare poteva diventare pericoloso quando la gloria di un comandante sembrava oscurare quella dell'imperatore. Secondo la rappresentazione di Tacito, Domiziano guardava con sospetto alla crescente fama di Agricola.
Il generale non cercò lo scontro diretto. Accettò di ritirarsi dalla vita pubblica e non trasformò il contrasto con il principe in una dimostrazione spettacolare di opposizione. È nel capitolo 42 che Tacito formula una delle riflessioni più significative dell'opera:
Sciant, quibus moris est inlicita mirari, posse etiam sub malis principibus magnos viros esse.
«Sappiano coloro che sono soliti ammirare le azioni temerarie che anche sotto cattivi principi possono esistere grandi uomini.»
Il periodo prosegue precisando che l'obbedienza e la moderazione, quando siano accompagnate da impegno ed energia, possono raggiungere una gloria superiore a quella di quanti cercano una morte clamorosa senza recare alcuna utilità allo Stato. Il latino è particolarmente significativo:
Obsequiumque ac modestiam, si industria ac vigor adsint...
L'obsequium, la modestia, l'industria e il vigor non descrivono una semplice rinuncia ad agire. Tacito sta delineando una forma di condotta nella quale il rispetto dell'autorità e la misura personale devono accompagnarsi alla capacità di operare concretamente. L'immagine che emerge è quella di un uomo che cerca di conservare la propria integrità senza rinunciare a essere utile alla comunità. Questo non significa che Tacito consideri ogni forma di opposizione inutile o condannabile. Le sue opere mostrano una riflessione molto più complessa sulla libertà, sul comportamento dei senatori e sulle responsabilità individuali. Nell'Agricola, tuttavia, egli propone esplicitamente un modello di grandezza diverso da quello fondato sulla ricerca di una morte esemplare.
Catone e Agricola: un confronto che nasce dalla lettura
Tacito, nel capitolo 42, non cita Catone Uticense. È importante precisarlo, perché il confronto non è formulato direttamente dall'autore. Ma la vicenda di Catone, divenuta nella cultura romana un esempio celeberrimo di resistenza al dominio personale, costituisce un riferimento particolarmente interessante per interrogarsi sulle parole dello storico. Catone rifiuta di sopravvivere alla sconfitta della causa repubblicana. Agricola, così come Tacito lo rappresenta, attraversa un principato difficile senza rinunciare alla propria dignità e alle responsabilità che gli sono affidate. Non possiamo ignorare le differenze: Catone vive durante una guerra civile che segna la crisi conclusiva della Repubblica; Agricola opera all'interno di un principato ormai consolidato.
Le condizioni politiche, le possibilità d'azione e le responsabilità personali non sono le stesse. Eppure il confronto conserva la sua forza. La dignità di un uomo si misura soltanto dalla sua capacità di opporsi? O anche dalla possibilità di continuare a operare senza tradire ciò che ritiene giusto? E soprattutto: come distinguere la prudenza dalla complicità, il coraggio dalla ricerca della gloria? Sono interrogativi ai quali il testo di Tacito non offre una risposta semplice.
Tacito e la memoria: un'altra forma di resistenza
C'è infine un elemento che riporta questa riflessione all'inizio dell'Agricola. Nei primi capitoli Tacito ricorda la repressione degli intellettuali durante il principato di Domiziano. Aruleno Rustico ed Erennio Senecione avevano celebrato, nelle proprie opere, Trasea Peto ed Elvidio Prisco, uomini divenuti simboli di opposizione all'autorità imperiale. Gli autori furono condannati e i loro libri dati alle fiamme. Tacito ricorda quel tempo attraverso parole di impressionante intensità:
Memoriam quoque ipsam cum voce perdidissemus, si tam in nostra potestate esset oblivisci quam tacere.
«Avremmo perduto, insieme alla voce, anche la memoria, se dimenticare fosse stato in nostro potere quanto tacere.»
Tacito aveva conosciuto quegli anni e, dopo la morte di Domiziano, poteva finalmente raccontarli. Scrivendo la vita di Agricola, compiva anche un gesto di conservazione della memoria. Non celebrava soltanto un comandante militare. Affidava ai posteri il ricordo di un uomo, delle sue qualità, delle sue scelte e del tempo nel quale aveva vissuto. La riflessione si apre così a un'ulteriore possibilità. Accanto al rifiuto di Catone, alla parola poetica di Materno e alla prudenza operosa di Agricola, incontriamo Tacito stesso, che sceglie di testimoniare.
Una questione ancora aperta
Non credo che il valore di queste vicende consista nello stabilire quale dei protagonisti abbia compiuto la scelta migliore. Le circostanze storiche impediscono confronti troppo semplici, e le fonti ci obbligano a riconoscere la complessità dei comportamenti umani. Mi interessa piuttosto il problema che emerge dal loro accostamento. Esistono situazioni nelle quali la libertà sembra richiedere il rifiuto, altre nelle quali può esprimersi attraverso la parola, altre ancora nelle quali la dignità si conserva continuando a svolgere responsabilmente il proprio compito. Ma nessuna di queste possibilità elimina il rischio dell'errore, del compromesso o dell'inutilità.
Catone, Curiazio Materno e Agricola mi hanno ricondotta, attraverso testi differenti, alla stessa domanda: quale spazio resta alla coscienza individuale quando il potere pretende di determinarne le scelte? Una domanda che Tacito non ci permette di liquidare con una risposta affrettata. E che merita, ancora oggi, di essere discussa.
Fonti antiche
- Plutarco, Vita di Catone Minore, in particolare 64–70.
- Tacito, Dialogus de oratoribus, 2–3.
- Tacito, De vita et moribus Iulii Agricolae, 1–3, 39–46.
Le traduzioni dal latino sono mie.